ROSARIO ARIZZA / "Trame fitte e segrete di segni"

 

Dimentico, irrequieto, folle, come sanno esserlo tutti i veri creatori, dirompente, insoddisfatto, tormentato, sollecitato da un’urgenza espressiva che non si placa, Saro Arizza ama farsi fotografare davanti ai suoi quadri facendosi tutt’uno con le singole tele. E, in effetti, se si riflette sui piani di colore che dal fondo si sovrappongono fino alla superficie ultima dei  dipinti, la sua immagine diventa l’ultimo rimando di una complessa serie di strati-visioni, di cui l’uomo-artista è la conclusione. In queste fotografie, dipinto e figura umana si amalgamano, si confondono, fino a far smarrire l’identità dell’artefice nell’insieme. Trame fitte e segrete di segni, richiamando spesso nelle sue tele l’immagine di un reticolo che si complica ripetendosi, rimandano all’idea di un labirinto che ha un suo inizio e non una fine, pur nell’incessante ricerca di uno sbocco liberatorio. Ma è poi veramente possibile evaderne? Anche gli strati di colore, in sé significanti e conclusi, sembrano liberarsi l’uno dall’altro, esplodendo dal nucleo buio dell’ombelico cosmico, dal gorgo misterioso in cui si muovono alla luce, in cui tutto trova chiarezza e senso, generando una sorta di magnetismo di emozioni e di pensieri, che si sforzano di decifrare il senso profondo delle cose. Sulla superficie delle tele si intessono e si muovono tracce intime e misteriose, forse proprio i germi del pensiero, che emergono dalle grotte buie della creazione: perché i dipinti di Arizza nascono dalla sua riflessione sul mondo e sul senso dello stare in esso. L’arte dà vita all’artista, il significante significa. La pittura di Arizza è nervosa, i flash di luci, le opacità variegate, che si dinamizzano e si potenziano a vicenda nelle sue tele, illuminano una visione, in cui le interferenze tra elemento generatore, tra bisogno di esprimersi e astrazione anti-accademica marchiano la sua contemporaneità. E´moderno Arizza, ed è un artista internazionale, e non solo perchè ha studiato ed esposto soprattutto a Parigi e in Germania dal 1992 al 1993, ed anche in Spagna, non solo perché ha conosciuto ed è diventato amico di personaggi come Pierre Restany, autore del famoso Manifesto del 1959, che ha curato una sua mostra nel 1991 a Noto, di Joseph Beuys, che per lui è il più grande artista del ‘900 (si ricordi che Beyus è a Gibellina nel 1981 con Schifano, Accardi, Afro e che a Gibellina di Arizza sono conservate dieci grandi opere al Museo d’Arte Contemporanea), di Jean Manuel Bonet, suo coetaneo, che di lui nel 2006 ha scritto che la materia è «elemento fondante della sua arte», del catalano Joan Abellò, amico anche a sua volta di Restany. E´ contemporaneo perché, nato nel profondo Sud, nella sperduta Avola, in provincia di Siracusa, pur ricca di una cultura antica stratificata e ancor viva, ha compreso l’importanza di conoscere il mondo, facendosi a sua volta messaggero dell’identità culturale mediterranea con le sue cromie calde ed intense, dal blu cobalto del mare, all’azzurro del cielo e al bruno concentrato delle terre sabbiose accanto al giallo delle ginestre e delle margherite, trasferendole attraverso un uso personale della materia nella mossa stratificazione dei suoi segni. Ha saputo così ben inserirsi nel pugna artistica internazionale. E allora è un informale Arizza? Al di là del primo, del neo e del terzo Informale (le formule classificatorie davanti all’arte non hanno più valore), Arizza sembra essere un informale tout court, forse un espressionista astratto, ma bisogna sottolinearne il lento percorso in avanti dalle prime esperienze nate dallo studio del vero Informale di Dubuffet («Il punto di partenza di un’opera è la superficie da animare») e di Fautrier (rappresentare non più la realtà, ma lo spazio, l’ignoto, lo sconosciuto), dalla gestualità e dall’azzardo attoriale di Pollock (necessità del continuo movimento dell’artista per essere centrale nella sua opera), per giungere ai giochi combinatori del collage, in cui carta, cartoni,  frammenti di giornali, scrittura si amalgamano, dando vita a quella poetica del frammento, presente in molta arte del Novecento, che qua e là fa scorgere echi di Burri. Nell’impossibilità di rendere l’interezza fisica e interiore dell’individuo, in coerenza con la sempre più radicale perdita di certezze e di punti di riferimento, che nella nostra epoca ha messo in discussione l’idea stessa del progresso e del sapere e la fiducia nella storia, Arizza potrebbe essere in parte un seguace del frammentismo. Ma solo in parte, perché, a ben osservarle, le sue opere rivelano un’unicità e una complessità di sintesi, che lo proiettano verso altri orizzonti. Si interroga e interroga il mondo Saro, per tentare di rispondere al senso di spaesamento che ci attanaglia, lasciandosi condurre dalle emozioni, dai ricordi, dai sussulti interiori e in questa direzione, negli anni, ha continuato a sperimentare e ad approfondire le sue ricerche, mantenendosi fedele alla sua natura, la cui principale caratteristica è la piena consapevolezza della materia come elemento fondante dell’arte. E valga anche per lui il motto di Sandro Chia: «Ogni nuovo quadro è una nuova avventura».Ha assimilato anche la lezione di Kline per quelle forti pennellate nere, che talora incarcerano con energia vitale il centro dei suoi dipinti, ma è rimasto sempre se stesso. Oggi, rispetto ad una certa piattezza iniziale, ha raggiunto una maggiore sintesi, una maggiore profondità prospettica attraverso l’uso di spazi tridimensionali e di tocchi cromatici, prima solo piccoli tondi che galleggiavano nelle tele, ora più ampie cornici, che distillano via via una prospettiva dopo l’altra. La frammentizzazione si è concentrata, il suo lavoro incessante si è scaricato soprattutto sui colori, che, selezionati e intensificati, svelano tutta la mediterraneità della sua pittura: i blu intensi, i viola, il particolare color malva, rispetto all’esplosione dei gialli precedenti o dei verdi, che facevano serpeggiare secondo Bonet il sentimento lirico della natura. E sono emersi i rossi fuoco, flash infernali, incandescenti, di materia lavica, che ora scivolano lentamente ora brillano qua e là  in lapilli fluorescenti. La predominanza dei colori scuri della notte, forse il momento del giorno che Arizza predilige, come metafora di quel profondo in cui incessantemente scava, una notte che spesso si illumina di brillii, di brandelli di chiarore con una studiata sovrapposizione di segni, fa trasbordare, tuttavia, dall’oscurità a una chiarità finale, in cui si profilano icone più leggibili, tessiture figurative e vibrazioni dinamiche, che consentono di penetrare pian piano nei meandri occulti dell’essere con un gioco prospettico e di trasparenze, con un  processo di deformazione e di trasformazione che continuamente reinventa la scrittura. Dalla sua pennellata sottile affiorano, quindi, caos e ordine  e in queste forme si imbriglia il groviglio delle passioni, che non si lasciano completamente interpretare, ma consentono solo di intravedere i frammenti di una identità tormentata, suggerendo il travagliato processo riflessivo ed emotivo, che trova sfogo nella pittura.Francesco Gallo sottolinea questo processo  di conoscenza, che passa per la molteplicità delle esperienze, per arrivare sempre al non finito, all’opera aperta, variamente leggibile. Si intravedono, infatti, nelle sue tele anche silhouettes autobiografiche, autoritratti come sigilli personali della ricerca operata, ma anche paesaggi irti o pianeggianti, in cui, oltre al mare, disseminato di bianchi e gialli, al cielo, al fuoco dell’Etna, è possibile leggere tracce figurali, ricordi di latomie e di nicchie di necropoli scavate nelle montagne scoscese, distese di campi, di panni stesi al sole, ma vi scorrono anche le figure mostruose fantasmatiche del suo Barocco, indici tutti di quella stratificazione di culture che caratterizza la Sicilia. La cultura isolana, classica e barocca, mediterranea e preistorica, lo studio dei grandi maestri dell’arte contemporanea, il viaggio personale nella luce della materia e dei segni e nel colore come condizione esistenziale si mescolano nel suo io coinvolgendolo nell’introspezione della realtà e di sé. Emblemi, allegorie, rivelazioni allora possono ricostruire il mondo e far apparire chiaro che la pittura deve occuparsi della vita e deve aprire varchi all’interlocuzione. Come diceva Jean Dubuffet «Le idee non nutrono larve, ma paesaggi dell’anima». E Arizza vuole oggi coinvolgere il mondo, vuole imporre la necessità di esserci e vuole comunicare l’arte a tutti, esponendo i suoi quadri nei musei archeologici (Museo di Lipari), nelle case, nelle piazze, nei luoghi più impensabili (Gozo), perché crede nella circolarità del messaggio. Artista che intriga, che fa riflettere e la cui opera è spesso difficile da decriptare, ritorna ora, a Palermo, con venti dipinti, che attraversano la realtà siciliana interiorizzandola e facendola ombelico del mondo.                                                                                                                                                                        

                                                                                                                                                                                                                      Anna Maria Ruta

 

 

 

 

 

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